venerdì 22 marzo 2013

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Passò la gioventù tra gli agi e i piaceri, poi scoprì che esistevano la vecchiaia, la malattia e la morte, e allora scelse di privarsi di tutti gli averi, abbandonò la casa paterna, raccolse attorno a sé una cerchia di discepoli e predicò la rinuncia… Si chiamava Siddhartha Gautama, e accaddeva 17 secoli prima che ad Assisi lo facesse pure Francesco, d’altronde il cristianesimo non è mai riuscito ad inventarsi niente di nuovo. Non occorrono 12 secoli perché la promessa del regno dei cieli che Cristo fa ai pauperes sia presa alla lettera, basta leggere Clemente Alessandrino, Giovanni Crisostomo, Basilio il Grande, Salviano di Marsiglia: prima che il cristianesimo si faccia impero c’è chi ci crede, poi la pauperitas fa un corso sotterraneo dal VI al XI secolo, poi riaffiora, ed ecco catari, valdesi, umiliati, patarini, apostolici, dolciniani...
Non è un caso isolato, Francesco, ma non sarà trattato da eretico come gli altri, anzi, gli sarà concesso ciò che vuole, perché non pretende che a spogliarsi di ogni bene sia la Chiesa. Di più, ammonisce chi lo pretende: «Beato il servo di Dio che ha fiducia nei chierici […] e guai a quelli che li disprezzano, perché, anche se sono peccatori, tuttavia nessuno li deve giudicare, giacché spetta solo al Signore. Infatti, tanto è alto il loro ministero […], tanto è grave la colpa di quanti peccano contro di essi, ben più che peccassero contro tutti gli altri uomini di questo mondo» (Verba admonitionis, XXVI). Rassicurato, Innocenzo III gli concede di fondare l’ordine. Gli altri fanatici della pauperitas, prima e dopo Francesco, saranno tutti sterminati.
Se mai il francescanesimo fosse nato come rivoluzione religiosa, qui sta il riflusso. Ma si tratta di un fraintendimento che è venuto molto a posteriori, perché la pauperitas di Francesco nasce fin da subito per essere disciplinata da un «corrector et protector».

martedì 19 marzo 2013

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Se riduciamo il cattolicesimo a immagini che risultino commestibili all’ingenuo, la più appetibile risulterà senza dubbio quella del Papa Buono, che è cara pure ai miscredenti, mentre la più vomitevole risulterà probabilmente quella dei preti che hanno commesso abusi sessuali a danno dei minori affidati alle loro cure, che disgusta e indigna anche i più devoti tra i credenti. Bene, la dimostrazione che il cattolicesimo non può essere ridotto a questo genere di immagini sta nella controfirma di Giovanni XXIII in calce alla Crimen sollicitationis, che a beneficio di chi ha memoria corta giova rammentare coprì per decenni migliaia di pedofili in tonaca, insabbiandone gli stupri e riducendo al silenzio gli stuprati. L’ingenuo si chiederà com’è possibile che una pasta d’uomo come il Roncalli abbia dato il suo avallo a una mostruosità del genere, ma l’ingenuità ha un antidoto per ogni perplessità: gliel’avrà messa sotto il naso un cardinale di quelli che hanno una fogna al posto dell’anima – sarà la risposta – e lui, il Papa Buono, l’avrà controfirmata senza nemmeno leggerla.
Funziona così, l’antidoto: se non voglio complicarmi troppo la lettura della realtà e non voglio rendermi inservibile il santino dal quale il Roncalli mi sorride col suo simpatico faccione da curato di campagna col chiedermi com’è che in lui potessero coesistere la bonomia di chi dalla finestra mandava una carezza ai bambini e il cinismo di chi alla scrivania vistava la Crimen sollicitationis, ho bisogno di proteggerlo con l’immaginetta di un cattivone. È così che all’ingenuo la storia della Chiesa torna semplice: Gesù che carezza l’agnellino e Torquemada che scortica un ebreo, come se tra i due vi fosse un abisso, e allora va’ a capire chi tra i due può aver detto: «Chi non è con me è contro di me», senza dubbio deve averlo detto Torquemada.

La ricerca della povertà

La desinenza in -ismo suggerisce che il pauperismo sia categorizzazione ideologica della pauperitas come modello di vita moralmente superiore. Così è, ma solo in parte, perché l’-ismo qui categorizza innanzitutto una condizione di stato: prima di essere «ideale di povertà professato da alcune comunità cristiane», infatti, il pauperismo è «fenomeno economico e sociale per cui in determinati periodi larghi strati della popolazione sono colpiti dalla miseria in conseguenza di un complesso di fattori di varia natura (penuria di risorse naturali e di capitali, scarso spirito di intraprendenza, cattiva distribuzione della ricchezza, ecc.) o anche di fatti eccezionali (guerra, carestia, crisi economica, inflazione acuta, ecc.)» (Treccani). In questa accezione, ovviamente, il pauperismo non implica alcuna tensione ideale verso un modello: alla miseria, qui, non si arriva nel perseguimento di una virtù.
E tuttavia l’esperienza insegna che anche nei casi in cui sia sollevata a ideale – da un singolo, da un ordine religioso, da un movimento politico – la pauperitas è sempre un fare de necessitate virtutem, dove la necessitas è posta da un’irrinunciabile istanza penitenziale, dall’esigenza di affermare una priorità spirituale su ogni bene materiale che sia di ostacolo al suo raggiungimento, da una dottrina economica che rigetta il fine della crescita come insostenibile. In pratica, la necessitas è posta da condizioni in cui la ricerca del benessere materiale oltre una certa misura viene ad essere sentita ingiusta nel senso etimologico del termine, cioè contraria alla legge che stabilisce quella misura come sostenibile in relazione a un fine.
Non si tratta, però, di una misura fissa, perché il fine varia al variare della necessitas. Così, nell’istanza penitenziale del singolo la misura è estremamente bassa, nella regola dell’ordine religioso che fa della povertà un ideale di vita è invariabilmente più alta, e ancor di più lo è nella dottrina economica che mette in discussione il principio della crescita. Anche quando si professa tale, dunque, la pauperitas non è mai un valore che trae senso da se stessa: la legge che ne esprime la necessitas risponde ad esigenze che variano all’interno dello stesso contesto storico, e in funzione del fine posto in ciascuno dei differenti modelli di virtus da perseguire. Potremmo concludere che la pauperitas non è mai fine a se stessa, ma è sempre un mezzo, che nell’accezione del pauperismo come modello di vita moralmente superiore trova il migliore occultamento di una condizione di stato. Non è un caso, infatti, che i movimenti pauperistici nascano sempre in momenti di profonda crisi, quando all’accumulo di grandi ricchezze nelle mani di pochi corrisponde la miseria di molti.
Se saggiamo queste considerazioni d’ordine generale sulle esperienze dell’ideale pauperistico che abbiamo incontrato lungo la storia, sembra costante il richiamo a una pauperitas che troverebbe fondamento nelle Scritture della tradizione giudaico-cristiana. Bene, occorre dire che tale fondamento è assai malcerto per ciò che attiene al Vecchio Testamento. Qui, Dio ricompensa chi gli è caro proprio con l’abbondanza di beni materiali (per esempio, in Gen 17, 6-8, in 2 Sam 7, 9-16, in 1 Re 3, 13, in Gb 42, 10-12, ecc.), e solo relativamente tardi inizia a farsi strada l’idea di una misura oltre la quale i beni materiali possano diventare un ostacolo al rispetto della Legge: «Non darmi né povertà né ricchezza; ma fammi avere il cibo necessario, perché, una volta sazio, io non ti rinneghi e dica: “Chi è il Signore?”, oppure, ridotto all’indigenza, non rubi e profani il nome del mio Dio» (Pr 30, 7-9). Tardiva, infine, la condanna della ricchezza come fonte di rovina spirituale, che compare per la prima volta solo nel Libro di Isaia (Is 1, 16-17 e Is 58, 6-7). Dobbiamo aspettare il Nuovo Testamento, quando l’avvento regno di Dio si dà come imminente, perché la povertà diventi una virtù fine a se stessa, almeno in apparenza. Più che in Mt 5, 3 (dove i poveri sono «poveri in spirito»), è in Lc 6, 20 («Beati voi, poveri, perché vostro è il regno di Dio») e in Lc 6, 24 («Guai a voi, ricchi, perché avete già la vostra consolazione») che ne troviamo la più esplicita enunciazione, ma qui è proprio l’antitesi beatitudine/condanna a rivelare la traccia di una necessitas: nell’accumulo delle ricchezze è implicito il rigetto dell’annuncio che l’avvento regno di Dio è imminente. È sull’imminenza del regno di Dio, d’altronde, che si consuma in ambito cristiano la questione della pauperitas.
«Al tempo dei martiri la Chiesa primitiva fiorì presso Dio e non presso gli uomini. Ma quando i re, gli imperatori romani e i principi si convertirono alla fede, essi, come buoni figi, vollero onorare la loro madre, la Chiesa, conferendole terre e proprietà, onori e dignità secolari, diritti e insegne regali, come fecero Costantino ed altri fedeli. E così la Chiesa cominciò a fiorire tanto presso gli uomini che presso Dio. Possieda dunque la Chiesa, nostra madre e signora, le cose che le sono state date dai re e dai principi. Le distribuisca e le dia ai suoi figli come sa e come vuole»: è papa Pasquale II, al Concilio Lateranense del 1116, quando è chiaro che la fine dei tempi attesa per l’Anno Mille è dilazionata ad altra data. Ma non bisogna aspettare tanto. Siamo nel I secolo, infatti, e già lincetta trova modo di trovare necessitas nella pauperitas: «Un uomo di nome Anania con la moglie Saffira vendette un suo podere e, tenuta per sé una parte dell’importo d’accordo con la moglie, consegnò l’altra parte deponendola ai piedi degli apostoli. Ma Pietro gli disse: “Anania, perché mai Satana si è così impossessato del tuo cuore che tu hai mentito allo Spirito Santo e ti sei trattenuto parte del prezzo del terreno? Prima di venderlo, non era forse tua proprietà e, anche venduto, il ricavato non era sempre a tua disposizione? Perché hai pensato in cuor tuo a quest’azione? Tu non hai mentito agli uomini, ma a Dio”. All’udire queste parole, Anania cadde a terra e spirò. E un timore grande prese tutti quelli che ascoltavano» (At 5, 1-5).

[continua] 


sabato 16 marzo 2013

Stelle su misura

Solo raramente andiamo a rileggere cosa ci promettevano gli oroscopi per l’anno appena trascorso, solo per questo leggiamo quelli per l’anno che sta per arrivare. Dirò di più: è per il bisogno di leggerne di nuovi che non rileggiamo i vecchi. Così è per ciò che si scrive all’inizio di ogni pontificato. Anche qui, mutatis mutandis, vale quanto Theodor W. Adorno ha scritto riguardo agli oroscopi: «Si può pure ammettere che gli elementi dell’astrologia presi isolatamente siano razionali. Da una parte ci sono le stelle: le loro leggi sono studiate dalla scienza astronomica e gli astrologi sembrano preoccuparsi di mantenere le loro asserzioni riguardanti gli eventi celesti rigorosamente conformi a quei movimenti che effettivamente si verificano secondo leggi astronomiche. Dall’altra c’è la vita empirica dell’uomo, riguardante in particolare situazioni sociali e conflitti psicologici tipici […] Gli astrologi sfoggiano una comprensione della vita del tutto acuta e sensata: essi parlano in base all’esperienza, senza ombra di illusioni. […] Nell’astrologia non c’è nulla di irrazionale tranne il suo assunto decisivo che queste due sfere di conoscenza razionale siano connesse fra loro […] Da una parte essa è un tentativo […] di colmare il divario e di connettere con un tratto di penna ciò che non è connesso, ma che alla fin fine si pensa debba essere in qualche modo legato. Dall’altra, il fatto stesso che le due sfere siano non connesse, che ci sia un vuoto fra di loro, una sorta di terra di nessuno, consente una possibilità ideale di stabilircisi e di farsi avanti con pretese campate in aria» (Stelle su misura, Einaudi 1985 – pagg. 124-125).
Parafrasando: tutto ciò che si prevede di un pontificato nei giorni successivi alla fumata bianca è il tentativo di accampare pretese nel vuoto incolmabile posto tra chi è il neoeletto (per ciò che se sa, per come si presenta, per il nome che si dà, ecc.) e il papa che sarà. I vaticanisti sfoggiano una comprensione della Chiesa del tutto acuta e sensata e, senza ombra di illusioni, parlano in base all’esperienza, tuttavia basta leggere cosa scrivessero di un Roncalli, di un Montini, di un Luciani, di un Wojtyla o di un Ratzinger all’indomani della loro elezione al Soglio Pontificio, e sulla base di considerazioni non meno razionali di quelle che oggi si sprecano riguardo a Bergoglio, per essere costretti a riconoscere maggiori doti di prevedibilità agli astrologi che ai vaticanisti.
Verrebbe voglia, insomma, di lasciar perdere tutto ciò che si è detto e scritto in questi giorni sul neoeletto, per dedicarsi all’analisi del suo tema natale, nel quale spicca una brutta opposizione tra Saturno e Nettuno (umore ombroso, ostinato e diffidente, disorientamento nelle questioni pratiche, atteggiamento disordinato nelle decisioni). Scherzo, ovviamente, ma è che in questi giorni se ne sono lette tante, molte delle quali ineccepibili, tutte però nel tentativo di «connettere con un tratto di penna ciò che non è connesso» l’uomo e il papa.
Non  c’è da stupirsene. Oggi  il peso della Chiesa è senza dubbio residuale rispetto a quello dei secoli passati, ma rimane consistente, giustificando l’interesse di quanti a vario titolo ne fanno parte, ma anche di quanti, nolenti o volenti, devono fare i conti con la sua intrudenza. Comprensibile che sul neoeletto si proiettino speranze che vengono dal di dentro e dal di fuori della Chiesa, ma in larga parte coincidenti. Comprensibile che Bergoglio le rifletta, come fece Mastai Ferretti. Altra cosa è scrivere la storia di Pio IX.  

sabato 9 marzo 2013

«La via che porta al dispotismo»

«Il principio maggioritario è naturale e ovvio fino a tanto che lo si contrappone al suo assurdo inverso, il principio minoritario. Ma se si riflette quanto numerosi e vari possano essere i mezzi per dare a un gruppo una volontà unitaria, c’è da domandarsi […] se non sia proprio quello della maggioranza il più artificiale di tutti».
La riflessione è di Edoardo Ruffini, uno dei 12 docenti universitari che rifiutò di prestare il giuramento di fedeltà al regime fascista, e sembra far eco al monito kantiano che la democrazia possa anche essere «la via che porta al dispotismo». L’attenzione, tuttavia, va posta ai «numerosi e vari mezzi» a disposizione di chi voglia snaturare il principio maggioritario, che non sarà superfluo rammentare non poggia sull’assunto che «siamo tutti eguali», ma che conviene a tutti che ciascuno abbia eguali diritti: quali sono questi «numerosi e vari mezzi» in grado di coartare l’opinione dei più in favore degli interessi di un despota o di una élite di oligarchi? Ancora: si tratta di strumenti analoghi a quelli coi quali una democrazia seleziona la sua classe dirigente o di tecniche che nel fondo hanno un fine liberticida? Non si tratta di questioni nuove, ma la politica italiana le ripropone da decenni.
Uno dei mezzi è senza dubbio quello che ha dato vita alla cosiddetta partitocrazia, che potremmo definire come l’occupazione degli organi costituzionali ad opera di partiti che hanno perso la funzione di rappresentanza di segmenti della società per acquistare la fisionomia di comitati d’affari tecnicamente attrezzati al depredamento delle risorse pubbliche. Definizione che per molti versi è riduttiva, ma che qui mira unicamente ad identificare un fine nella «volontà unitaria» da dare a «un gruppo».
La fisiologica reazione antipartitocratica non si è rivelata estranea a fini analoghi e nelle sue degenerazioni populistiche e demagogiche il principio maggioritario non ha trovato alcun vantaggio. Qui «la via che porta al dispotismo» è stata un’altra: l’aspirante despota ha risvegliato con indubbia perizia gli istinti più bassi presenti nell’individuo, gli interessi più profondamente egoistici sui quali poggiano famiglia e corporazione come espressioni della comunità clanica, ed è stato capace di comporli in ragioni identitarie, mettendosene non già a capo, ma al servizio, direi quasi all’inseguimento, secondando un plebeismo cui ha cercato di dare forma di blocco sociale interclassista. L’elettore con «l’intelligenza di un ragazzino di 12 anni, e nemmeno dei primi banchi», ha così trovato legittimazione culturale e giustificazione morale: chi creava per lui nuovi bisogni, per lo più riedizioni di bisogni ancestrali, in buona parte già superati dall’emancipazione democratica, ma evidentemente mai del tutto estinti, non ha dovuto far altro che proporsi come soluzione per soddisfarli.
Più sofisticata, invece, «la via che porta al dispotismo» attraverso la cosiddetta democrazia diretta. Si tratta della primigenia forma di democrazia, che infatti mostra tutti i limiti di ciò che è allo stato embrionale. Non c’è da stupirsi che ancora una volta si cerchi il futuro nel passato: è il vizio di tutti i millenaristi.
Le presunte virtù della democrazia diretta sarebbero nel fatto che una cosa buona è tanto più buona quando è al suo massimo grado, qui col rifiuto – però solo formale – del momento della rappresentanza. Di fatto, anche quando si è fatta esperienza di democrazia diretta, si trovò difficoltà a stipare 21.000 ateniesi in un’agorà che ne poteva contenere al massimo 500 e la rappresentanza fu surrogata dal sorteggio. Oggi, si obietta, internet supera l’ostacolo. Rimarrebbe da accertare  – e di fatto è impossibile – quanto vi sia di sorteggio, e quanto di cooptazione, nella scelta dei rappresentanti di questo modello di democrazia diretta (sembra una contraddizione in termini, ma si realizza proprio con la presentazione delle liste del M5S a queste ultime elezioni politiche).
Ammesso e con concesso che internet sia in grado di superare le difficoltà che si posero ad Atene, rimane il fatto che la democrazia diretta presuppone che tutti i cittadini siano – e qui cito Mogens H. Hansen – «persone intelligenti, capaci di prendere decisioni equilibrate riguardo a se stessi e ai propri concittadini; disposti a trascurare il proprio interesse privato in caso di conflitto con l’interesse generale; sufficientemente informati sulle questioni che devono essere affrontate; interessati a partecipare all’insieme delle attività decisionali, piuttosto che a delegarne parti; [e che] una razionale attività di decisione possa essere condotta su base non professionistica, purché si distingua tra la competenza degli esperti necessaria per predisporre e per formulare i provvedimenti, e il buon senso necessario per assumere una scelta tra le alternative prospettate». Premesse che chi ha costruito il M5S ritiene siano già date di fatto dalla promozione antropologica che si acquista nel consegnarsi ai progetti confusi, ambigui e contraddittori della Casaleggio Associati. In buona evidenza, invece, c’è solo il fatto che già dentro il M5S di democrazia se ne vede poca o niente. Più che legittimo supporre che anche stavolta il tribuno della plebe sia il solito malintenzionato di turno.     

venerdì 8 marzo 2013

Ecofeudo


Prima che l’ictus gli storpiasse il grugno e gli affievolisse il rutto, Umberto Bossi minacciò cinque o sei volte di mandare in piazza i suoi a far la secessione armati di schioppo, poi rivelò che non aveva avuto alcuna intenzione di aizzarli, ma che quello era il solo modo per raffreddarne i bollori, e menò addirittura vanto di aver così «fermato trecentomila bergamaschi pronti a imbracciare il fucile» (Il Mattino, 8.4.2008). In pratica, aveva evocato la violenza, sì, ma solo per imbrigliarla, neutralizzarla. Probabilmente si aspettava gliene fossimo grati e offrissimo le nostre figlie al Trota.
È tecnica alla quale ricorre ogni demagogo: far nascere un problema per offrirsi come sua miglior soluzione, creare tensione per proporsi come il solo in grado di ottenere distensione, saturare l’atmosfera di elettricità per mettersi in posa da parafulmine. E Beppe Grillo non è da meno: «Ho incanalato tutta la rabbia in questo movimento. Dovrebbero ringraziarci: se noi falliamo l’Italia sarà guidata dalla violenza nelle strade» (Time, 7.3.2013)
È una variante della strategia della tensione: fomentare il disordine per candidarsi a forza d’ordine. E i gonzi che sono indispensabili all’ascesa di un demagogo che metta in atto tale strategia sono già pronti a crederci. Perciò questo paese merita di sprofondare nella merda: perché non ha memoria storica, vive in un eterno presente, dagli errori ormai non può imparare più niente. 
Anche chi intuisce il pericolo letale rappresentato dai fascio-naïf del M5S sembra non cogliere la natura del fenomeno: si buttano sulle tredici società aperte in Costa Rica dai prestanome di Beppe Grillo come se fossero i diamanti nella cassaforte di via Bellerio, gli appartamenti di Di Pietro, e l’etichetta che ci è appiccicata sopra pare non dir loro un cazzo di niente. Ecofeudo, questo mostriciattolo ucronico si chiama Ecofeudo: suggestione di un medioevo prossimo venturo nel quale dovremmo incamminarci felici e decrescenti. Così è nelle visioni di Giancoso, e tutti dietro.

martedì 5 marzo 2013

Craze

Ho scritto che il leader carismatico risponde ad un bisogno che va dalla più bassa frustrazione dinanzi ad ostacoli che i suoi seguaci ritengono insormontabili alla più alata speranza che essi ripongono nell’essere il sale della terra e di essere destinati a fecondarla col meglio del loro meglio. Parlavo di Beppe Grillo, che di lì a poco avrebbe cominciato ad affermare che il M5S non fosse da intendere più come un movimento, ma come una comunità. Un motivo in più per fare a meno del termine antipolitica, che d’altronde è un assurdo, perché era finalmente chiaro che il leader carismatico del M5S chiamasse i suoi seguaci a darsi struttura organica e a farsi cosa prepolitica, nella quale, come è noto, gli individui sono chiamati a restare essenzialmente uniti nonostante i fattori che li separano, proprio al contrario di ciò che si realizza in un partito, dove invece gli individui rimangono essenzialmente separati nonostante ciò che li unisce (cfr. Ferdinand Tönnies, Gemeinschaft und Gesellschaft).
A tal riguardo ho scritto che con ciò il grillismo assumeva i caratteri di una minaccia: fascismo allo stato nascente. Di lì a poco seguiva la dichiarazione dell’onorevole Roberta Lombardi, capogruppo del M5S alla Camera, che lodava il Manifesto fascista del 1919, dal quale ha attinto a piene mani pure Casa Pound Italia per il suo programma. Qui, con la dottrina sociale dello stato che è del fascismo quando ancora non si è fatto regime e con le analogie programmatiche tra M5S e Casa Pound Italia che sembrava dovessero trovare una piattaforma comune, mi pare possa chiudersi il cerchio.
Di fatto, le crisi producono miraggi di società e di stati organici. Cosa deve fare il leader carismatico che intenda produrre un miraggio del genere? Innanzitutto deve fanatizzare i suoi seguaci. «Il comportamento fanatico è semplicemente uno sfogo collettivo per lo scontento generale. Nella fase meno visibile, questo comportamento è fatto di speranza, fede, attesa e simili, che si originano dalla credenza in una particolare via di fuga dalle cause dello scontento. Nel loro aspetto palese, questo comportamento consiste in un’azione diretta su questa credenza» (Richard T. Lapiere, Collective Behavior).
Come? «Concentra la folla, che altrimenti sarebbe facilmente dissipata nell’attenzione e nello spazio. Aiuta, cioè, a polarizzare la massa. Dà un nome ai vaghi atteggiamenti e sentimenti della gente e offre loro dei simboli comunicati, che, ripetuti e diffusi, servono in seguito come motivi di stimolo ad agire. […] Utilizza credenze, miti, leggende e dà una interpretazione dei fatti per suscitare emozioni e provocare all’azione. […] Indica la direzione in cui deve orientarsi l’azione di massa, […] anche se in qualche caso preferisce lasciare questa responsabilità a un’altra persona» (Kimball Young, Social Psychology). Un comico, perché no?
«Il comportamento di chi si scatena clamorosamente verso qualcosa onde pensa ricavare piacere lo attribuiremo al craze. Questo comportamento, a prima vista contrario al panico, che implica una fuga precipitosa da qualcosa, non è al cento per cento il suo contrapposto. Formalmente è possibile analizzare il craze secondo lo stesso schema utilizzato per il panico: propensione, tensione, credenze generalizzate, fattori di precipitazione, ecc. In pratica, molti fatti che hanno come conseguenza il craze sono simili, se non identici, ai fatti che portano al panico. Inoltre non è raro vedere il panico accompagnato dal craze» (Neil J. Smelser, Theory of Collective Behavior).
Impossibile ogni previsione sul piano temporale, tanto meno sugli effetti di lunga durata che questa epidemia procurerà, ma landamento del fenomeno è noto: «Il decorso di ogni craze è segnato da certe fasi, che a volte si possono distinguere molto chiaramente e che seguono rigorosamente lo schema di una malattia a carattere epidemico. Prima di tutto si presenta un periodo di incubazione, durante il quale l’idea, benché presente nella mente di alcune persone, non tende a propagarsi. Segue una fase in cui l’idea si diffonde rapidamente. Il numero di persone che accettano l’idea aumenta così velocemente, da presentare talvolta un carattere quasi esplosivo. Appena il numero massimo delle persone influenzabili viene raggiunto, la velocità di diffusione dell’onda incomincia a diminuire. Questa è la terza fase. La quarta fase è caratterizzata dal formarsi di una resistenza all’idea, paragonabile all’immunità acquisita contro un’infezione. Durante questo periodo il craze decresce: nelle persone già colpite l’entusiasmo si indebolisce, mentre si verificano solo pochi casi nuovi. Se dura ancora, nella quinta e ultima fase, l’idea resta stazionaria o viene conglobata nelle usanze occasionali di molte persone o rimane fissa nella mente di alcuni entusiasti. In circostanze favorevoli, essa può rimanere per fiorire di nuovo in qualche epoca futura, quando l’immunità sia scomparsa» (Lionel S. Penrose, On the Objective Study of Crowd Behaviour). Senza dubbio, l’immunità dal fascismo era andata assai scemando in Italia, e da tempo. Cera bisogno solo di una crisi, ma di una crisi grossa, per risvegliare la spora.    

A parte
Analogo riferimento a una leadership carismatica che tenda a trasformare un movimento in una comunità è stato fatto più volte, su queste pagine, a Marco Pannella e ai suoi seguaci. Più che ovvia si pone la questione della sostanziale differenza tra la «cosa radicale» e il M5S, almeno per ciò che attiene agli epifenomeni storici, culturali e politici. Essa va riconosciuta nel diverso modello di comunità prepolitica e nei meccanismi che concorrono a determinare quella che in Kimball Young è definita «polarizzazione di massa». Dobbiamo servirci di ciò che Elias Canetti scrive in Masse und Macht riguardo a ciò che distingue una «massa aperta» da una «massa chiusa»: «Fenomeno enigmatico quanto universale è la massa che d’improvviso c’è là dove prima non c’era nulla. Potevano trovarsi insieme poche persone, cinque o dieci o dodici, non di più. Nulla si preannunciava, nulla era atteso. D’improvviso tutto nereggia di gente. Da ogni parte affluiscono altri; sembra che le strade abbiano una sola direzione. Molti non sanno cos’è accaduto, non sanno rispondere nulla alle domande; hanno fretta, però, di trovarsi là dove si trova la maggioranza. […] Ci saranno parecchie cose da dire sulla forma estrema della massa spontanea. Ove nasce, nel suo nucleo essenziale, essa non è così genuinamente spontanea come appare; ma per tutto il resto, se si prescinde dalle cinque o dieci o dodici persone da cui ha avuto origine, è spontanea davvero. Da quando esiste, vuol essere di più. La spinta a crescere è la prima e suprema caratteristica della massa. Essa vuole afferrare chiunque le sia raggiungibile. Chiunque si configuri come un essere umano può unirsi a lei». È quanto pare in corso. «In contrasto con la massa aperta, che può crescere all’infinito, si trova dovunque, e perciò appunto pretende interesse universale, si pone la massa chiusa. La massa chiusa rinuncia alla crescita e si preoccupa soprattutto della durata. Di essa spicca innanzitutto il confine. La massa chiusa si insedia. Nell’atto in cui si confina, crea la propria sede. […] Forse è necessaria una cerimonia particolare per essere accolti; forse bisogna versare una certa tassa d’ingresso. […] Il confine impedisce un incremento sregolato, ma in compenso ostacola e ritarda il deflusso. La massa guadagna in durata ciò che sacrifica in possibilità di crescita». Chi ha passato anche solo qualche mese in Via di Torre Argentina non ha bisogno di ragguagli. Chi non vi ha mai messo piede può comunque ricavare la differenza che cè tra un corpo elettorale del 25,5% e dello 0,19%.

mercoledì 27 febbraio 2013

lunedì 25 febbraio 2013

[...]

La rinuncia di Benedetto XVI ha dato l’occasione di formulare le più svariate ipotesi su quale potesse esserne il vero motivo a quanti è parso che quello dichiarato dal diretto interessato fosse falso. Così ne abbiamo sentite tante, alcune ai limiti del verosimile, ma quella più cretina in assoluto è senza dubbio quella offertaci da Marco Pannella:


In pratica, Benedetto XVI avrebbe dato corpo al passo evangelico nel quale Gesù raccomanda ai suoi apostoli:  «Non procuratevi né oro, né argento...» (Mt 10, 9-10), che poi sarebbe quello riportato nel fotomontaggio che fa da fondale nello stanzone al terzo piano di Via di Torre Argentina, opera di un garzone della scuola di Oliviero Toscani.  



Se sta lì, c’è un motivo. Da sempre, al pari dei cattolici che lo hanno frainteso, Marco Pannella è convinto che il Concilio Vaticano II sia stato tradito dalle alte gerarchie ecclesiastiche, che avrebbero sviato la Chiesa dal sentiero sul quale laveva messa Giovanni XXIII, per ricondurla nel solco della bimillenaria tradizione simoniaca che sempre ha soffocato, però senza mai spegnerla del tutto, la purezza del messaggio evangelico, che sarebbe tutto spirituale. Siamo dinanzi al «problema millenario» cui fa cenno Marco Pannella, quello che vede contrapposti, in ambito cristiano, quanti sostengono che la fede non debba cedere alle tentazioni del potere mondano e quanti invece ritengono che lincarnazione comporti necessariamente il saper stare al mondo, meglio se comodamente calzati. «Problema millenario» che peraltro si traduce nella contrapposizione, in ambito ecclesiologico, tra quanti sostengono che tra cattolicesimo e democrazia non vi sia alcuna incompatibilità, e nemmeno tra cattolicesimo e liberalismo, e chi invece ritiene che, se Cristo si è detto pastore, il suo popolo non può essere che gregge obbediente ai suoi apostoli, che da lui hanno avuto mandato di mungerlo e tosarlo.  
Con le dimissioni di Benedetto XVI siamo davvero a questo? La Chiesa rinuncia a «duemila anni di averi»? Vedremo vescovi e cardinali a piedi nudi come monaci tibetani? O almeno è questo che il vecchio Ratzinger pensa sia il da farsi? E allora, di grazia, perché ha deciso di abdicare? Il Codice di Diritto Canonico recita che il Sommo Pontefice è «supremo amministratore ed economo di tutti i beni ecclesiastici» (Can. 1273) e che ha «potestà ordinaria suprema, piena, immediata e universale sulla Chiesa, potestà che può sempre esercitare liberamente» (Can. 331): bastava un motu proprio e in due minuti si liberava del fardello. Un motu proprio, in realtà, è atteso, ma pare servirà soltanto a snellire le procedure per lelezione del prossimo Papa: il vecchio Ratzinger si ritira, ma non vuole esser causa del minimo intoppo nello scorrere della successione da monarca a monarca.   
Ma poi, tra gli ultimi discorsi tenuti da Benedetto XVI, non vi è anche quello in cui è ribadita la condanna dellermeneutica del Concilio Vaticano II che è cara, tra gli altri, anche a Marco Pannella? Aveva già annunciato la rinuncia e diceva: «C’era il Concilio dei Padri, il vero Concilio, ma c’era anche il Concilio dei media. Era quasi un Concilio a sé, e il mondo ha percepito il Concilio tramite questi, tramite i  media. Quindi il Concilio immediatamente efficiente arrivato al popolo, è stato quello dei media, non quello dei Padri. […] Era ovvio che i media prendessero posizione per quella parte che a loro appariva quella più confacente con il loro mondo. C’erano quelli che cercavano la decentralizzazione della Chiesa, il potere per i Vescovi e poi, tramite la parola “Popolo di Dio”, il potere del popolo, dei laici. C’era questa triplice questione: il potere del Papa, poi trasferito al potere dei Vescovi e al potere di tutti, sovranità popolare. Naturalmente, per loro era questa la parte da approvare, da promulgare, da favorire. […] Sappiamo come questo Concilio dei media fosse accessibile a tutti. Quindi, questo era quello dominante, più efficiente, ed ha creato tante calamità, tanti problemi, realmente tante miserie» (Incontro con i parroci e il clero di Roma, 14.2.2013).
Questo sarebbe il Pietro di cui parla Marco Pannella? E allora che cazzo dice? Soprattutto, perché lo dice? La risposta è di una semplicità disarmante. Marco Pannella ha guidato i suoi nel più nero fallimento politico e, ora che il mugugnare di sempre è diventato un coro di critiche sempre più rumorose, tenta di tenerli buoni consolandoli: si va a morire, ma le profezie si avverano, dunque si muoia in allegria.  



venerdì 22 febbraio 2013

Quel grumo di convenienza reciproca

La prima descrizione clinica di un caso di impostura è di Karl Abraham (1925). Scrisse che il millantatore «non si era sentito amato da bambino e sentiva in sé un profondo desiderio di dimostrarsi degno dell’amore di tutti», sapendo bene tuttavia che prima o poi le sue bugie si sarebbero rivelate tali agli occhi del mondo e che ciò avrebbe dato «prova a lui e agli altri di non meritare questo amore» (Opere – Bollati Boringhieri, 1978 – pag. 164). Potremmo dire che la truffa più crudele dell’impostura sia giocata dall’impostore stesso a proprio danno, in cambio di un utile che spesso non è mai goduto appieno e in vista di una punizione che egli sente necessaria perché si ritiene indegno dell’affetto e della stima che pure cerca di lucrare facendo carte false.
Se l’ipotesi di Abraham vi sembra zoppicante proprio su quell’utile che non è mai goduto appieno, il caso di Oscar Giannino ne raddrizza l’andatura: tutto ciò che ha millantato (due lauree, un master e una partecipazione allo Zecchino d’Oro) non gli tornava affatto indispensabile a sostenere la sua reputazione, anzi, avesse dichiarato fin da subito che era un autodidatta, probabilmente l’avrebbe vista accresciuta.
Tutto sommato, ciò che sappiamo è troppo poco per trattare la vicenda come un caso clinico, e tuttavia qualche dato anamnestico ci è fornito dallo stesso paziente: è figlio di genitori tutt’altro che abbienti, aveva una gran premura di rendersi economicamente indipendente, subiva enormemente il fascino del salotto che desiderava gli schiudesse le porte, e tuttavia non se ne riteneva degno. Mentire non gli è servito a entrarvi, ma a farlo coi requisiti che egli a torto riteneva indispensabili. Solo in apparenza v’è contraddizione con la sua battaglia per l’abolizione del valore legale del titolo di studio, perché il meccanismo che porta l’impostore a infliggersi una punizione per il suo inguaribile deficit di autostima è tutto inconscio, mentre cercare di rimuovere il pregiudizio che vede il merito maturare in virtù di un iter burocratico è faccenda tutta razionale.

Sulla vicenda che ha visto per protagonista Oscar Giannino si è detto e scritto tanto, più spesso per cader nell’ovvio e dunque per dar libero sfogo al biasimo e allo scherno, sennò per dargli un soldo di pietà. Poco o niente si è detto di Luigi Zingales, e ritengo sia dovuto a un’autocensura: se si doveva biasimare Giannino, si doveva necessariamente esser grati a chi ne aveva smascherato l’impostura, ma al posto di Zingales quanti avrebbero fatto altrettanto, inguaiando un amico e mettendo a repentaglio gli esiti di una comune intrapresa? Ha vinto il riserbo e sulla sua onestà intellettuale, che era la più puntuale negativa della disonestà intellettuale di Giannino, ha prevalso una sospensione di giudizio: avremmo preferito che a smascherare il millantatore fosse stato un suo avversario o uno che caccia bufale per professione.
L’impostore eventuale che è in ognuno di noi – e parlo della porzione più vulnerabile del nostro Io, quella che nessuna autostima riesce mai a soddisfare – ha dimostrato di non tollerare che la punizione possa esserci inferta dal mondo per il venir meno della complicità che di solito ci aspettiamo da un amico e ancor più, forse, da un sodale. Chi si fosse permesso di dire che riteneva Zingales una carogna avrebbe giocoforza dato voce al Giannino che ha pudicamente celato in seno. Meglio sorvolare.

Sono disposto a scusare la debolezza di Giannino, ma penso occorra dir chiaro che Zingales è stato esemplare nel mostrare una virtù tanto rara da sembrare un crimine: ha sacrificato sull’altare della correttezza quel grumo di convenienza reciproca che per pigrizia – solo per pigrizia – chiamiamo amicizia. Perché sarà pur vero che Plato amicus, sed magis amica veritas. E io nutro la certezza che, passato il peggio, Giannino troverà modo di esser grato a Zingales. 

martedì 19 febbraio 2013

Se ieri era un pericolo, oggi è una minaccia

Il M5S non è più un «movimento» ma è diventato una «comunità». Tutto sommato ha poca importanza se sia vero, e ne ha ancor meno se Beppe Grillo ne sia convinto quando lo dice. La cosa importante è la reazione dei suoi quando lo urla dal palco: sembra ci credano, sembra riescano a trovarci motivo di orgoglio, sembra abbiano trovato risposta a un bisogno di appartenenza.
Questa è l’unica novità dello Tsunami Tour, che per il resto è replica del solito one-man-show: i grillini si sentono «comunità». Così diventa finalmente chiaro di cosa volesse essere embrione il «non-partito» creato dalla Casaleggio Associati: in questione, dunque, non era la struttura del M5S, ma la sua stessa natura, che ora mostra i caratteri distintivi della cosa «prepolitica».
D’altronde, definirla «antipolitica» è sempre stato improprio. In senso stretto, infatti, l’«antipolitica» non esiste: anche il rifiuto più netto delle varie espressioni della dimensione politica di per se stesso è un atto politico, né può trovare forma che non sia politica. Peraltro è definizione che Beppe Grillo e i suoi non hanno mai fatto propria, e che anzi hanno sempre respinto.
In secondo luogo, anche a voler dare al termine il significato che in sé condensa i tratti peculiari del populismo e del qualunquismo, l’«antipolitica» rimane categoria in cui il M5S è sempre stato stretto. È luogo di raccolta, infatti, di numerose suggestioni culturali dalle più varie provenienze (giacobinismo, luddismo, pauperismo, ecologismo, democrazia diretta, un po’ di filosofia New Age) che vi confluiscono perdendone la specificità, pur senza arrivare a una vera e propria sincresi: un guazzabuglio di umori, insomma, più che di idee, nel quale chi ha inclinazione alla deriva qualunquista o quella populista trova modo di sentirsi al servizio della palingenesi.
Alla pars destruens della sistematica grillina («comunque vada, sarà un bagno di sangue») viene così ad aggiungersi quella construens («puntiamo al 100%»). Finalmente è chiaro che la polemica antipartitocratica trovava solo un’occasione nell’analisi del sistema politico italiano, ma che in realtà era mossa da un’urgenza profonda, che potremmo definire esistenziale.
Il «partito», infatti, si dà sempre come «parte» di una società, che legittimamente aspira a farsene maggioranza, mentre tende a farsi coincidente con la «società» o con lo «stato»  solo quando esprime velleità totalitarie. Solo in quel caso assume la forma «organica» della «comunità», che invece si dà sempre come un «tutto», fuori dal quale c’è sempre l’estraneo o il nemico.
Lo statuto di questo «tutto» è necessariamente quello dell’«organismo vivente», sicché l’appartenenza ad esso è strettamente funzionale – possiamo parlare di vera e propria cogenza – alla riproduzione della struttura gerarchica che nel «corpo» lega le parti in quell’unità di fine che comunemente è detta «vita», assicurata dalla piena rispondenza di ogni «membro» al «capo».
Ecco, dunque, che tutte le discussioni sul deficit di democrazia interna al M5S perdono significato: in una «società», in un «partito», in un «movimento» esse hanno sempre un senso, e guai se non lo hanno, ma in una comunità lo perdono inevitabilmente, perché non è dato «corpo (umano)» che si regga sulla relazione democratica delle sue parti: la necessità di un Io genera un vincolo di subordinazione tra le «parti» e, se questo viene a mancare, l’«organismo» smette di essere vitale.
Altrettanto vale per la struttura gerarchica a cerchi concentrici che è tipica della setta e che dà statuto al vincolo di subordinazione. Perciò perde senso anche la critica di settarismo che in tanti hanno mosso a Beppe Grillo, perché non si dà setta senza struttura di tipo «organico». Altrettanto vale per le accuse di gestione proprietaria del M5S: non è data titolarità di un «organismo vivente» senza che l’Io se ne possa dire pienamente padrone.
Così, se guardiamo alla «communio» come carattere fondativo della «communitas», ci troviamo dinanzi al modulo ancestrale di organismo «prepolitico» e, per ciò che riguarda il M5S, che non è più un «movimento» ma è diventato una «comunità», il cerchio si chiude. Qui gli individui sono chiamati a restare essenzialmente uniti nonostante i fattori che li separano, proprio al contrario di ciò che si realizza nella «società» e nel «partito» – e in massima misura nella «società» e nel «partito» che siano davvero democratici – dove gli individui rimangono essenzialmente separati nonostante ciò che li unisce.
Siamo dinanzi a una «cosa» che ieri era ridicola e oggi è mostruosa. Se ieri era un pericolo, oggi è una minaccia.   

lunedì 18 febbraio 2013

[...]


Se MPS è banca da sempre in mano al Pci/Pds/Ds/Pd, Fassino non avrebbe dovuto dire a Consorte: «Allora abbiamo unaltra banca»? 

Mattei, Carandini, Rossi...





sabato 16 febbraio 2013

«Nulla sarà più come prima»?

Io la penso in altro modo, ma la rinuncia di Benedetto XVI dà la pressoché unanime sensazione che «nulla sarà più come prima», che qualcosa di enorme sia accaduto, stia accadendo o accadrà di sicuro. In realtà, questo convincimento trova molte sfumature, non solo in relazione alla dinamica di quanto sarebbe ineluttabilmente conseguente alla rinuncia, ma anche alla natura stessa del cambiamento, alla sua portata e agli ambiti che ne saranno toccati. Così, per molti siamo alla «rivoluzione» (già in atto o imminente), per altri invece si tratta di «riforma», mentre altri si tengono sul vago e parlano di «choc», oppure ritengono che adesso – come minimo – sia inevitabile un Concilio. E alcuni sostengono che l’ufficio petrino non sarà più lo stesso, altri ipotizzano un effetto a cascata sull’intero impianto ecclesiologico per come fin qui strutturato, altri addirittura vedono l’innesco a miccia corta o lunga per un rivolgimento dottrinario, che alcuni immaginano fecondo e altri catastrofico, mentre alcuni, tra questi ultimi, vedono erosi perfino i plinti teologici sui quali poggia la Chiesa, perché verrebbe messo in discussione il dogma dell’infallibilità papale.
A leggerle tutte, queste analisi, si rimane un po’ confusi: è evidente innanzitutto che, pur partendo tutte dallo stesso punto, divergono da subito, e accelerando in vario modo, per direzioni perfino opposte, nel campo delle ipotesi. E ognuna lascia dubbi. Non si capisce, in primo luogo, perché il Codice di Diritto Canonico consenta al Sommo Pontefice di poter rinunciare al suo ufficio, se da ciò può conseguire – e la pressoché unanime sensazione è che ora necessariamente ne consegua – lo stravolgimento di ciò che invece intende garantire. In questo caso, poi, siamo dinanzi a un testo che dovrebbe assicurare l’inattaccabilità di una struttura che nella sua dimensione gerarchica trova realizzazione della sua natura «organica», cioè di «organismo vivente» che sopravvive solo nel rispetto della funzione delle parti nel suo tutto, e non parliamo di un qualsiasi «stato organico», ma del «corpo mistico» di Cristo. Non sta scritto, qui, che il Papa ha «potestà ordinaria suprema, piena, immediata e universale sulla Chiesa»? Qualsiasi cambiamento abbia a cuore – sia «riforma», sia «rivoluzione» – non può ottenerlo come e quando vuole? «Non si dà appello né ricorso contro la sentenza o il decreto del Romano Pontefice», chi può impedirgli, dunque, di ottenere ciò che vuole da regnante piuttosto che cercare di ottenerlo abdicando? Se «nulla sarà più come prima», dunque, se qualcosa di enorme è accaduto, sta accadendo o accadrà in seguito alla sua rinuncia, insomma, Benedetto XVI non poteva farlo accadere anche rimanendo dov’era? Non bastava volerlo? Se non l’ha voluto, è accaduto, sta accadendo o accadrà contro la sua volontà, dunque per un calcolo errato.
E allora cominciamo a fare un po’ di chiarezza, anche se di sicuro non arriveremo a stabilire cosa cambierà, e quanto, e come: se il cambiamento si rivelerà positivo per le sorti della Chiesa, a Benedetto XVI non dovrà essere attribuito alcun merito. E invece gliene si stanno attribuendo molti, senza poter esser certi che vi saranno cambiamenti, tanto meno se si riveleranno positivi. Se il cambiamento si rivelerà deleterio? È chiaro che la colpa non potrà essere attribuita a lui, ma a chi ha infilato nel Codice di Diritto Canonico la facoltà di rinuncia, che però è nella piena disponibilità del Papa da quando esiste il Papato. D’altronde la rinuncia di Celestino V quale «rivoluzione», quale «riforma» ha portato? Provocò uno «choc»? Sì, probabilmente. Ma ciò che dal XIII secolo ad oggi è cambiato in relazione all’ufficio petrino in qual misura si deve a quella rinuncia? Gli storici della Chiesa non vi danno alcun conto.
Che bordello, eh? E allora proviamo a sbrogliare il gomitolo tirando il filo in un altro punto. Diamo per pienamente efficaci sul clero e sul laicato gli effetti psicologici di questo evento che di sicuro ha solo il fatto che è relativamente raro, e chiediamoci se può essere in grado di portare alla revoca del dogma dell’infallibilità papale, alla ridefinizione del ministero petrino, alla riforma dell’istituto episcopale o del corpo cardinalizio. Potrebbe accadere solo sulla base di un autoripensamento dell’intera struttura ecclesiale, cosa che, quando accade, impiega tempi così lunghi da assorbire e neutralizzare ogni singolo evento, per quanto traumatico sia. Controprova? Si citi nella storia della Chiesa una sola svolta cruciale che possa dirsi effetto di un evento puntiforme, sebbene fin lì inedito, o di rilevante portata.
La Chiesa cambia solo con la lentezza che le dà la sensazione di essere immutabile: se l’istituto petrino muterà ancora, come d’altronde è andato continuamente mutando da Pietro a oggi, non sarà per ciò che Benedetto XVI ha deciso di fare, e questo lo sa bene innanzitutto Benedetto XVI. E allora? E allora siamo alle solite. Ancora una volta ci scappa di dire che «nulla sarà più come prima» perché l’evento che abbiamo davanti è sovradimensionato dalla vicinanza.

giovedì 14 febbraio 2013

Solo una preghiera


Lui lo conosciamo da decenni, non ci ha sorpreso più di tanto. Di lei, invece, almeno fino a tre giorni fa, non sapevamo niente, potevamo solo tirare a indovinare. Era offesa o divertita? Era imbarazzata o stava il gioco? Si sentiva ferita dalla gratuita volgarità del vecchio sporcaccione o era onorata di star lì a duettare con quel vulcano di simpatia? Ho riguardato la scena una dozzina di volte e sarà che difetto della sensibilità che sarebbe stata necessaria, ma non sono riuscito a cogliere alcun disagio in chi tre giorni dopo avrebbe dichiarato che invece era paralizzata dallimbarazzo, e sì che ero avvantangiato dal guardare il video dopo aver letto la sua dichiarazione. Ovviamente credo alla signora e le chiedo scusa per non essere stato in grado di intuire la paralisi. Solo una preghiera, nel caso dovesse capitarle una disavventura simile: per evitarmi sensi di colpa, potrebbe darmi un cenno di paralisi stando zitta? Non dico arrossire, sbiancare, svenire, ma ammutolire ed evitare di sorridere? 

mercoledì 13 febbraio 2013

Non abbastanza vivo, non abbastanza morto


Tra le tante stupidaggini che ci è toccato sentire a commento della rinuncia di Benedetto XVI spicca quella di quanti l’hanno definita un «atto rivoluzionario». A costoro è inutile far notare che la rinuncia è nella piena disponibilità del Papa da quando esiste il Papato, perché si tratta di quei poveri di spirito ai quali pare ardito ogni gesto che rompe una consuetudine, anche quando si tratta di ciò è contemplato dalla legge.
Altrettanto inutile sarebbe far notare a quanti hanno d’istinto tirato fuori il bignamino, per dire che si è trattato di un gesto di «viltade», che la gran parte dei medievalisti rigetta ormai da decenni la vulgata dantesca del «gran rifiuto» sulla base di solidi argomenti in favore della tesi che Celestino V sia stato costretto a firmare una bolla scritta dal cardinal Caetani, e che quindi l’analogia vale quanto un soldo bucato: insinuare che l’Alighieri possa aver dato una versione infedele dei fatti per costoro sarebbe un trauma, meglio evitarlo.
Come interpretare, allora, la decisione di lasciare il pallio sulla tomba di Pietro da Morrone? Penso si tratti del tentativo di accreditarsi unimmagine che è farlocca solo per chi sa che nella Chiesa convivono senza contraddizione, anzi traendone forza, i Caetani e i Morrone. 

A un livello di stupidaggine appena inferiore a queste due letture stanno le rispettive versioni attenuate.
Per alcuni, infatti, «le dimissioni papali vogliono dire con la forza delle cose un’oggettiva desacralizzazione della sua carica […] che in questo caso suona come un invito a ridefinire le gerarchie delle cose, a stabilire priorità più autentiche, […] da[ndo] una lezione spirituale di segno fortissimo» (Ernesto Galli della Loggia – Corriere della Sera, 13.2.2013); in più, «la decisione di Benedetto XVI si colloca dentro il profondo cambiamento avvenuto nell’autocoscienza ecclesiale ed ecclesiologica con il Vaticano II: è una Chiesa che si pensa secondo una reale storicità» (Serena Noceti – l’Unità, 13.2.2013).
Si tratta della tesi dell’«atto rivoluzionario», però attenuata nella convinzione che la rinuncia di Benedetto XVI sia «seme fertile» di «riforma». Meno stupida, ma non di molto, perché basta riandare all’ermeneutica del Vaticano II, sulla quale il dimissionario ha martellato da Rapporto sulla Fede (Edizioni Paoline, 1985) fino a l’altrieri, per capire che questa interpretazione della rinuncia è pesantemente forzata. L’errore, a mio modesto avviso, sta nel pensare che con l’abdicazione di Benedetto XVI l’ufficio petrino prenda – sia un bene o un male  a secolarizzarsi. In realtà è secolarizzato da sempre, perché il mandato di Cristo che si legge in Mt 16, 18 è il risultato di uno stravolgimento del testo originario.

Versione attenuata del «gran rifiuto» per «viltade», invece, è quella del Cristo che «scende dalla croce» venendo meno al suo dovere di bere l’amaro calice fino alla feccia sul fondo, che pure Cristo pregò il Padre gli fosse risparmiato: è l’interpretazione data dal cardinale Stanislaw Dziwisz, segretario particolare di Giovanni Paolo II, che pure alla feccia si arrestò e chiese di essere lasciato libero di «andare alla casa del Padre». Meno sghemba dell’analogia con Celestino V, ma altrettanto impropria. Perché con un Papa in coma non si può convocare un conclave per eleggerne un altro.
Come ho già detto (vedi il post qui sotto), Benedetto XVI lascia perché sente che gli vengono meno le forze per ribaltare il segno del suo pontificato che è quello del fallimento, che non è solo politico, come tutti concordano nel sostenere, ma anche dottrinario. Con la salute malferma che si ritrova, il vecchio Ratzinger teme di dare a questo fallimento le dimensioni del dramma: quello di una Chiesa con un Papa che un ictus tiene inchiodato in un letto, non abbastanza vivo, non abbastanza morto. Probabilmente non è neppure questa evenienza che teme, perché già adesso si sente in condizione pressoché analoga.

Qualche mese fa scrivevo: «Quello di Benedetto XVI si sta rivelando uno splendido pontificato, almeno per noi anticlericali. Mai tanta merda è venuta a galla dal fondo dell’acquasantiera come in questi anni, immergerci due dita per farsi il segno della croce impone ormai più stomaco che devozione. Lunga, lunga vita a Benedetto XVI». Come interpreto la sua rinuncia? Ha voluto farci un dispetto. 

martedì 12 febbraio 2013

[...]


1. Sulle ragioni che avrebbero spinto Benedetto XVI alla rinuncia dell’ufficio petrino ci tocca sentire le ipotesi più fantasiose, mentre la più banale pare sfugga a tutti: si tratta di un 86enne che soffre da tempo di seri disturbi cardiocircolatori e che in anamnesi ha almeno tre episodi di ischemia cerebrale (Roma, 1988; Bressanone, 1992; Les Combes, 2005). Molto probabilmente morirà per gli esiti di un infarto o di un ictus, ma chi può garantire che non entri in coma e ci rimanga per mesi o addirittura per anni? Da ogni punto di vista, ma soprattutto sul piano giuridico, si tratterebbe di una situazione assai più complicata di quella data oggi con la sua rinuncia.

2. «È immaginabile una situazione nella quale Lei ritenga opportuno che il Papa si dimetta?». Molto citata, in queste ore, la risposta che Benedetto XVI dà alla domanda postagli da Peter Seewald in Luce del Mondo (Libreria Editrice Vaticana, 2010 - pag. 53)

Non basta a fugare i sospetti che la rinuncia sia dovuta ad uno scoramento di Benedetto XVI, ad una sensazione di impotenza dinanzi allirriformabilità della «cosa vaticana» che lo avrebbe frustrato, deluso, intristito e indotto a lasciare. È che al dimissionario non si nega un po’ della benevolenza che volentieri si concede a chi muore. Così gli si concede sia unanima bella piovuta dal cielo in un nido di vipere. Di colpo ci si dimentica che  «in forza del suo ufficio, [aveva] potestà ordinaria suprema, piena, immediata e universale sulla Chiesa, potestà che [poteva] sempre esercitare liberamente» (Codice di Diritto Canonico, 331), ma non se n’è servito neppure per rimuovere un po  della  «sporcizia» di cui si lamentava alla vigilia della sua elezione al Soglio Pontificio. Di fatto, allontanava Viganò e si teneva accanto Bertone. Dunque lascia perché si è reso conto di essere inadeguato alla soluzione dei problemi? Macché. Ne era sommerso e diceva:

3. Accade ogni volta che muore un Papa, non fa eccezione un Papa dimissionario: si tende a dimenticare che merda duomo sia stato, chiudendo un occhio sui suoi difetti e costruendo virtù inesistenti. In questo caso, retroproiettando la rinuncia, si è arrivati a dire che non volesse diventare Papa, dimenticando quanto aveva rivelato suo fratello: «Joseph l’aveva sempre sognato, fin da quand’era bambino» (Süddeutschen Zeitung, 21.4.2005). 

[...]